La rimonta di DSK

Dominique Strauss-Kahn è libero ma non innocente, ringalluzzito ma non trionfante. Non ancora, almeno. In un’udienza di nove minuti la corte di New York ha sollevato l’ex direttore del Fondo monetario internazionale dall’obbligo degli arresti domiciliari: potrà andarsene in giro per gli Stati Uniti da uomo libero in attesa dell’udienza del 18 luglio. Uno degli avvocati di DSK, Ben Brafman, ha detto che la liberazione è “un gigantesco passo verso la caduta delle accuse”. Leggi cos'hanno scritto i procuratori alla difesa di DSK - Leggi Sesso e giustizia, il dossier del Foglio.it
13 AGO 20
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La bomba a grappolo pubblicata giovedì sera dal New York Times è per loro la prova pubblica che Nafissatou Diallo, la cameriera del Sofitel che accusa DSK di stupro, non è credibile. Ci sono le contraddizioni nel racconto, le menzogne nella richiesta di asilo negli Stati Uniti (in quella sede non ha mai dichiarato di essere stata violentata in Guinea, come ha sostenuto poi), il cellulare che non aveva (mentre pagava non una ma cinque bollette), la solitudine della ragazza madre in cui spunta un misterioso fidanzato. Soprattutto c’è quella telefonata a un amico in carcere – trovato con 180 chili di marijuana – per discutere dei vantaggi di una denuncia al potente socialista francese. Era il 14 maggio, il giorno in cui tutto è accaduto, e naturalmente la telefonata era registrata. Allo stesso amico spacciatore sono riconducibili versamenti di denaro sul conto corrente della cameriera per un totale di 100 mila dollari – e tutto porta a dire che si tratti di riciclaggio. L’articolo del New York Times è il riflesso della resipiscenza collettiva nella squadra dei procuratori.
Passando i dubbi dell’accusa sulla credibilità della vittima ai giudici e ai difensori di DSK, il procuratore generale di Manhattan, Cyrus Vance Jr., ha ammesso che le prove sulla base delle quali la procura ha chiesto i domiciliari non sussistono. Nel merito delle accuse deciderà il giudice. Intanto cade in un lampo la custodia cautelare e scatta il risarcimento della cauzione, automatismo giuridico della cultura americana sconosciuto in altri sistemi, dove la tendenza è quella di buttare preventivamente la chiave. In un colpo viene rintuzzata anche la foga popolare che lo aveva portato alla gogna in nome di una nota incapacità di controllare gli ormoni e dello scontro di civiltà: il potente francese che si permette di violentare una indifesa cameriera nel regno del diritto. William Taylor, difensore di DSK, ha ricordato quanto è importante che “i media siano prudenti nel giudizio”.
Brafman ha fatto invece leva sulla fallibilità dei giudici e dei procuratori, arrivando a ringraziare Vance per avere trasmesso alle parti i monumentali dubbi emersi dalle indagini invece di arroccarsi sul protagonismo giudiziario. Ancora una volta è stato l’avvocato della vittima, Ken Thompson, a fare l’arringa più appassionata. All’udienza del 6 giugno era un discorso trionfale, ieri è stata un’insurrezione contro le “menzogne” di Vance che ha “paura di perdere un caso di valore”, contro la parentela fra un procuratore e un avvocato dell’imputato, contro il cambio della sorte che ha messo da parte le evidenze scientifiche: non solo il Dna di DSK sui vestiti di lei, ma anche le lesioni intime della vittima, il legamento della spalla rotto nella colluttazione, il liquido seminale sputato dopo la fellation imposée. Le teorie del complotto erano un’esclusiva dei sostenitori di DSK, ma nel carnascialesco rovesciamento delle parti accusatori e accusati si scambiano anche lo stile narrativo.